Anatre Selvagge

traversatori e cimentisti

Racconto di un’avventura – OceanMan 2019

Era dall’anno scorso che ci pensavo, che desideravo riprovarci: essere stato fermato e aver visto poi i tempi di arrivo mi aveva lasciato un fondo di delusione, oltre che un senso di sconfitta.
Poi sapevo che, in effetti, non era l’anno giusto, per tanti motivi, e che forse era stato meglio così.

A gennaio quando hanno riaperto le iscrizioni, il dubbio mi assale: «ma questo è l’anno giusto per riprovarci?»; il tempo per pensarci e le iscrizioni alla 4,5 km vengono prese d’assedio, rimane solo quella, la lunga… Mi dico che è un segno, per cui ci riprovo.

Decido di cambiare qualcosa negli allenamenti, anche se comunque maggio, il momento più delicato, per me si conferma un mese intenso. Stavolta però prendo tutto quello che c’è, fosse anche solo per 1500 metri, decido che entro in acqua lo stesso, si fa quello che si può. Come insegna la mia direttrice di scuola, spesso “il meglio è nemico del bene”, nel senso che la ricerca del meglio ideale spesso porta a non riconoscere ciò che la vita ti offre in quel momento; per cui faccio tutto quello che posso quel giorno ogni giorno.

Arriva così il 23 giugno, approfitto dell’ospitalità di Lore e Giorgio. Stavolta il meteo non sorride e la gara è a rischio, i bollettini si susseguono, arrivo al Lido di Gozzano con la tentazione del pensiero «dai che forse la annullano e così mi tolgo dagli impicci».
Niente, giustamente, solo lo slittamento di un’ora. Pullman e via per Omegna.

Qui ritrovo come unico sguardo anatresco Igor, che mi presta un po’ di olio Johnson, al posto della vasella comprata nuova il giorno prima e dimenticata nella borsa a Gozzano.

Si parte, l’acqua è decisamente più fredda ed io patisco, le braccia fan fatica a girare; mi ero ripromesso di provare a seguire la scia di qualcuno, ma mi ritrovo solo ed in fondo. Comincia a far capolino il pensiero che forse è troppo per me, che forse è meglio lasciar perdere, quando vedo spuntare una boetta arancione; mi ci aggrappo simbolicamente e la seguo, comincio a prendere il ritmo. Ora il pensiero dominante è «forse ce la faccio», poi però l’ultimo pezzetto prima di Crabbia è duro e arrivo alla prima sosta con in testa la convinzione che anche ‘sto giro sarò fermato. Invece no, mi danno la mia sacca (già, piace a loro vincere facile, non ne sono rimaste molte) e mi incoraggiano. Così riparto e mi dico «dai, almeno fino ad Orta».

Il secondo tratto è inaspettatamente più semplice: comincia a sentirsi la fatica, ma la voglia di non mollare mi spinge a raggiungere una boa grande alla volta, un chilometro alla volta, anzi, come dice il monologo di un celebre film, “un centimetro alla volta”. Convinto di arrivare e fermarmi (“prima la pellaccia e poi l’impresa”, mi dico), raggiungo Orta spinto per 500 metri buoni finalmente da un po’ di corrente a favore, facendo anche un po’ di passerella tra la gente sul lungolago e si gode quella che ormai è proprio una bella giornata; raccolgo qualche applauso di stima. Non solo, mi ritrovo pure a fare da sfondo involontario alle foto di un matrimonio.

Sono quasi convinto di gettare la spugna, quando ecco che ad aspettarmi trovo Giorgione, che prima ancora che io dica qualcosa, mi abbraccia e mi dice: «Be’ dai, ormai ci sei, mangia qualcosa e andiamo insieme, ti seguo con la canoa…». Da buon, spero almeno, insegnante, spesso dico ai miei ragazzi che da soli non si va da nessuna parte: è proprio vero…

Non è sempre semplice riconoscere il confine tra la voglia di non mollare e la presunzione di andare troppo oltre i nostri limiti, però, se a fianco hai un amico, davvero tutto diventa possibile.

Così si riparte, appena prima delle boe gialle della seconda batteria della Half Oceanman.
Tutto bene per i primi (magari fossero stati davvero i “primi”) 1000 metri, poi l’appoggio di Giorgio comincia a diventare via via determinante: all’inizio anche solo per darmi la giusta direzione ed evitare di fare più strada e di conseguenza ancor più fatica. Le braccia cominciano a non girare più molto bene, vedo le prime boe gialle volare davanti a me. Certo, io ho già sulle spalle almeno 10 volte la distanza che loro hanno percorso! Questa convinzione mi consola, ma non mi aiuta.

Si vede ormai bene la Torre di Buccione, qui il lago mi è amico, penso, lo conosco bene. Aumento però anche la frequenza di piccole soste per rifiatare.

Cominciano i crampi, in particolare uno forte al bicipite femorale sinistro mi fa male davvero, però ormai dove sono non posso più mollare; si rivela vincente l’intuizione del “Pres” di trattenere sulla canoa la seconda sacca, per cui posso utilizzare due integratori, anzi uno e mezzo perché del primo che Giorgio mi porge metà ne gode la fauna del Cusio talmente son stanco, e così sono pronto a terminare la mia impresa.

Eccomi scollinare la Torre, ormai so che sono quasi arrivato alla meta, non sento più braccia e spalle, l’ultima spinta me la dà il vedere che le boe gialle dietro di me sono ancora un bel numero, so di essere l’ultimo della Traverlonga, ma non mi interessa, per me conta chiuderla e nemmeno la pioggia che scende nell’ultimo tratto mi ferma.

Sì, sono arrivato, ce l’ho fatta! Stanco ma felice. Grazie ancora al mio “angelo custode”.

Alla prossima avventura, ora un po’ di riposo.

Anatra Luke

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Questa voce è stata pubblicata il 24 giugno 2019 da in articolo con tag , , .
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