Anatre Selvagge

traversatori e cimentisti

Operazione “Revenge Bragadin” – 3

…continua…

DAY 4
Smessi i panni degli atleti eccoci vestire quelli dei turisti con velleità intellettuali che ricercano nelle vestigia della cultura classica le più lontane radici della nostre origini ellenistico-latine-cristiane…
Ci dirigiamo quindi verso Kourion, dove sorge un notevole sito archeologico in cui il retaggio della dominazione romana di Cipro si svela a noi esercitando una irresistibile fascinazione e ci ammonisce a mai dimenticare che il Mare Nostrum… no scusate, ci stavo cascando di nuovo. A Kourion comunque i resti di quella che era una domus patrizia sono veramente belli: il complesso di Eustolios, con i suoi mosaici e il vicino anfiteatro valgono veramente la fatica di guidare per chilometri al contrario.


Ebbri di cultura, il richiamo del mare è comunque irresistibile, per cui ci dirigiamo verso la spiaggia di Afrodite, dove si dice sia approdata Venere sulle coste cipriote; altri pensano invece che sia proprio il luogo dove la dea della bellezza sia nata, emergendo dalle acque.

In ogni caso raggiungiamo Petra Tou Romiou, spiaggia sovrastata da un grosso scoglio che dà il nome alla località: letteralmente significa “Scoglio del Greco” e fa riferimento ad un fatto storico risalente al periodo bizantino, in cui il soldato greco Dighenis Akritas scagliò dalla roccia numerosi sassi verso i pirati saraceni intenti a sbarcare sulla spiaggia, costringendoli alla fuga. Con la stessa agilità i nostri Luca e Michele, tosse o non tosse, sono risaliti sulla medesima roccia, ma con intenti meno belluini, bensì per fotografare le Anatre Selvagge intente a nuotare in quelle Afrodisiache acque…

Si dice che le donne che facciano il bagno in quel mare ringiovaniscano di almeno vent’anni

…e se lo dicono avranno le loro ragioni…

Ringiovaniti o no ci viene fame e raggiungiamo così la lieta località di Kouklia, dove sorge una vecchia chiesa che si presenta in un sincretico stile gotico-ortodosso, retaggio della dominazione franca di Cipro;

ma soprattutto sorge un’osteria tipica, dove ci nutriamo di pietanze locali serviteci in quantità industriali, spendendo la stessa cifra che in Italia spenderemmo per uno Spritz accompagnato da un piattino con 5 patatine San Carlo…

Torniamo così a Limassol, per passare l’ultima serata nella città.
Usciamo per godere della vita mondana cittadina o andiamo a dormire alle 21.30?
Probabilmente alle 20.45 qualcuno di noi già dormiva…

DAY 5
Lasciamo quindi Limassol, riprendiamo l’autostrada e ci dirigiamo verso est. L’idea è quella di trovare una bella spiaggia dove passare la mattinata, per poi raggiungere nel pomeriggio Nicosia, dove passeremo l’ultima notte della nostra permanenza cipriota.
Dopo aver cercato invano in diversi siti, che a seguir le nostre datate guide dovevano essere un tempo dei paradisi di sabbia e mare, in realtà oggi sono luoghi invasi da colate di cemento sotto forma di ecomostri insopportabili (vi ricordate quanto detto sui Russi, speculazioni ecc. ecc.), il nostro pellegrinare conosce finalmente la giusta ricompensa, che risponde al nome di Aya Napa.

Una piccola Sarchittu cipriota, un angolo di costa dove non il mare si adatta alla forme delle rocce, bensì il contrario, in cui l’erosione ha creato un dedalo di grotte, archi, anfratti, in cui m’è dolce naufragar in questo mare, parafrasando il recanatese….

Riemersi dalle acque, fatto pranzo, lasciamo la costa per dirigerci verso Nicosia, nel cuore di Cipro, un cuore che, stiamo per scoprire, batte a ritmi diversi.
Nicosia è la capitale della repubblica cipriota, ma in realtà è una sola capitale per due stati, l’ultima capitale europea divisa da un muro, retaggio non della guerra fredda che ha caratterizzato la seconda metà del ‘900, ma di un conflitto etnico che dura da quasi 1000 anni…
Arriviamo a Nicosia nel pomeriggio, troviamo l’albergo, incastonato nel centro storico, in un caratteristico dedalo di viuzze che ci proietta immediatamente in atmosfere più mediorientali che elleniche.
Saliti in camera, ci siamo affacciati dal balcone ed in un solo colpo d’occhio ci si palesa la doppia realtà della città e di Cipro: in lontananza emergono dai tetti delle case i due minareti della moschea di Selimiye, tra cui garriscono le rosse bandiere turche con la mezza luna: quella della Turchia e quella della Repubblica Turca di Cipro.

Ci dividono dai minareti poche centinaia di metri, ma sono centinaia di metri che in realtà rappresentano una distanza molto più lunga, una distanza che rappresenta decine di secoli di guerre, lotte e odi ben lungi dall’essere sopiti.
Nel 1959, come detto, gli inglesi lasciarono l’isola e, conquistata l’indipendenza, ai ciprioti si presentò immediatamente il problema di far convivere la componente greca, che rappresenta il 70% della popolazione, con quella turca; due etnie che, come detto, si sono fatti la guerra dai tempi di Bisanzio… operazione non facile. Per farla breve, le possibilità erano tre: i greci-ciprioti spingevano per l’Enosis, la riunificazione con la madre patria greca, opzione fortemente contrastata dai turchi-ciprioti i quali reclamavano la Taksim, la divisione dell’isola su base etnica; la terza ipotesi era quella del compromesso, ovvero l’autonomia dell’isola in cui greci e turchi avrebbero condiviso il governo dello stato con rappresentanze che avrebbero rispecchiato la demografia del paese: il presidente della Repubblica sarebbe stato greco, ma il vice turco, ed uno dei tre ministeri chiave (esteri, difesa, finanze) doveva essere affidato ad un politico turco.
La terza via fu quella che inizialmente la spuntò e faticosamente prese vita la Repubblica di Cipro. Come primo presidente fu eletto il padre spirituale della comunità greca di Cipro, che si fece comunque garante del rispetto della minoranza turca: il vescovo Makarios.

Le cose non furono facili. I nazionalisti greci, che non avevano rinunciato all’Enosis, si erano riuniti nell’organizzazione terroristica dell’EOKA. Tentarono più volte di assassinare Makarios, senza riuscirci, ma le cose precipitarono con l’avvento del regime dei colonnelli in Grecia. Considerando un potenziale rischio per la minoranza turca cipriota la svolta autoritaria della politica greca il 20 luglio 1974, truppe turche sbarcarono a Cipro per occuparne la parte nord.

Questo colpo di mano militare turco fu seguito da violenze nei confronti dei greci residenti nelle zone di occupazione e ciò determinò un esodo di quest’ultimi verso il sud. Spopolato il nord, i turchi effettuarono un ripopolamento forzato prelevando contadini dall’Anatolia per reinsediarli nelle località abbandonate dagli ellenici. In seguito i turchi ciprioti proclamarono la repubblica turca del nord, entità statale riconosciuta solo dalla Turchia. Di fatto venne imposta manu militari la Taksim.
Da allora Cipro è divisa da una linea di confine militarizzata, che divide a metà l’isola e con essa la città di Nicosia.

Passeggiare per la città, da rilassati turisti europei, rende la divisione una sorta di attrazione folkloristica. Facendo una breve passeggiata si passa da una città a tutti gli effetti europea ad una realtà urbana completamente diversa; si è in un altro continente e la cosa, al netto dei morti ammazzati che questa divisione ha causato, non può non suscitare una certa suggestione.

 

Nella parte turca spicca la moschea di Selimiye, costruita sulla struttura dell’antica cattedrale gotica fatta erigere, a partire dal 1209, dai re francesi di Lusignano e dedicata a Santa Sofia e dopo la conquista ottomana riconvertita appunto in moschea (viene da pensare che in quest’area dedicare cattedrali a Santa Sofia porti un po’ sfiga).
Passando da un settore all’altro non abbiamo potuto non osservare la differenza di contegno ed efficienza tra i doganieri greci e quelli turchi. Posti in un gabbiotto per lo più approssimativo, le guardie greche sembrano più annoiati casellanti della Salerno-Reggio Calabria che non poliziotti a presidio di un confine militarizzato, mentre sul lato Turco, le guardie sono di bell’aspetto, aitanti, con divise inappuntabili; ci hanno scrupolosamente controllato, con severa solerzia, tutti documenti. Sarebbe stato più facile pensare al contrario. Ma a pensarci bene non può che essere così: quel confine ufficialmente non esiste per i greci, lo devono presidiare per ottemperare ad uno status quo che la comunità internazionale non riconosce, mentre per i turchi quel confine è la ratifica materiale dell’esistenza del loro stato, che di fatto si sono autoproclamati.
Tornati sotto la sicurezza che la bandiera blustellata europea garantisce ci siamo divisi: Marida e Michele (che per la cronaca non ha mai smesso di tossire) si sono ritrovati con l’amica Gaia per passare una serata a base di sirtaki, ouzo e tzaziki, mentre Mabel, Lory, Luca, Stefano ed il sottoscritto siamo andati a mangiare l’ultima cena cipriota in un ristorante italo-libanese, poi tutti a nanna.

DAY 6
E siamo giunti alla fine. Ci risveglia l’eco sonora delle divisioni etniche di Nicosia: alle cinque il muezzin turco, alle sei le campane delle chiese cristiane… bello… suggestivo… una mattina… ma pensa tutti giorni che il Signore (chiunque esso sia) manda in Terra… l’ateismo diventa una necessità e non una scelta! Comunque, ci alziamo, facciamo ancora un giretto per la città, un saluto ai casellanti-doganieri greci e poi si parte, direzione Larnaka – aereoporto.
Riconsegniamo, non senza un pizzico di malcelato orgoglio da parte mia e di Luca, le macchine perfettamente integre all’autonoleggio, poi entriamo nell’atrio dell’aeroporto. Prima di raggiungere il check-in noto ancora un ultimo segnale delle relazioni greco-turche nell’isola.

In questo pannello composto da piastrelle di ceramica ci sono i simboli delle dominazioni che si sono succedute sull’isola nel corso della storia: c’è la Lupa di Roma, l’aquila bicefala di Bisanzio, il Leone alato di Venezia, ma nessun riferimento ai 400 anni di dominazione turca; qualcosa vorrà dire… così come nessun riferimento agli inglesi; peccato solo per quella fottuta guida a destra.

Si parte. Si torna in Italia, al freddo, al lavoro. Si sbarca a Malpensa ed ecco il nostro comitato di benvenuto individuale al completo: il buon Max era lì ad attenderci agli arrivi del Terminal 2.

Che dire… grazie a tutti:
Grazie a Marida, a Mabel, a Lory,
Grazie a Luca, a Michele e la sua tosse,
grazie a Stefano, per la sua pazienza e per averci regalato uno dei momenti più alti dell’autoironia anatresca,
grazie anche a Cesare, Marco e Alessio, occasionali ma graditi compagni di gara,
grazie a Gaia, anche solo per la dritta sul ristorantino sul mare,
Grazie a Max,
E grazie anche a Denis, senza il quale non saremmo mai partiti, anche se senza di lui…
E poi un pensiero ai ciprioti, da amico: vivete in un’isola in cui a novembre ci sono 29 gradi… in cui il mare è a 24 gradi… ma come vi viene in mente di odiarvi tra di voi?! Ma spassatevela, voi che potete! Un consiglio? Incominciate a togliere la corrente all’altoparlante del muezzin ed alle campane delle chiese e vedrete che vi sveglierete col sorriso

Vostro, Giorgione

Operazione “Revenge Bragadin”: MISSIONE COMPIUTA!

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Questa voce è stata pubblicata il 7 dicembre 2019 da in articolo con tag , , , .
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