Anatre Selvagge

traversatori e cimentisti

La conquista di Spinalonga

Andare su un’isola greca per fare un bagno in mare non ha nulla di speciale. Chissà quanti lo avranno fatto.
Farlo il 30 dicembre in quello che è, a memoria d’uomo locale, l’inverno più freddo degli ultimi trent’anni già assume i contorni dell’impresa.
Siamo arrivati nel paese di Plaka il 28 dicembre e come ho visto l’isolotto di Spinalonga ho sentito un fremito nell’uropigio. Io dovevo andare là.
L’isola, distante circa 850 metri da terra, presenta ancora le vestigia della fortezza veneziana e del lebbrosario che ha ospitato fino al 1955. Non potevo tornare a casa senza aver raggiunto quell’austero ma suggestivo angolo di Creta.
Tornammo il giorno successivo a presta ora, ma il vento, un’insistente pioggia e un minaccioso moto ondoso mi fecero desistere dall’impresa; tutto rimandato al dì seguente.
Alle 7.00 del 30 dicembre, ultimo giorno di permanenza in quella zona di Creta, le condizioni meteo erano quasi le stesse, ma era l’ultima possibilità. Senza frapporre indugio alcuno, calzai la muta (va bene l’eroismo, ma non esageriamo), mi tuffai nelle fredde acque dell’Egeo scosse da raffiche di Malteni, il fottuto vento ellenico che soffia in direzione Nord-Sud.
Dopo qualche bracciata non ero ancora sicuro che sarei arrivato all’isola; la distanza non è molta, ma la temperatura, il mare mosso, l’assenza di qualunque imbarcazione che potesse dare soccorso, suggerivano una qualche prudenza. Bracciata dopo bracciata, mi fermai per vedere a che punto ero. La riva era ormai piuttosto lontana, i pescherecci ormeggiati al porto non erano che piccole sagome appena distinguibili; guardando di fronte, l’isola in controluce rispetto al sole sorgente non era che un’ombra incombente.
La sfida si era protratta troppo per ritirarla, Spinalonga era pronta per essere redenta!
C’è stato, in quel frangente, un susseguirsi di pensieri e sensazioni. Solo, in un tratto di mare sconosciuto, privo di qualunque appoggio, tra le onde provenienti da Nord, emerge la consapevolezza che tutto dipende solo da me: l’affanno, un crampo, un principio di congestione, eventualità di fronte alle quali non ci sono risorse che la propria determinazione. Possono essere pensieri angoscianti per chi non abituato al nuoto in acque libere, ma per un’Anatra Selvaggia è pura estasi.
Arrivo finalmente sulla spiaggia di Spinalonga. Prendo terra su un tratto molto pietroso e aspro. Fuori dall’acqua il vento e la pioggia colpiscono molto di più. Cammino fino a toccare le mura della rocca veneziana. L’obiettivo è raggiunto.
Ritorno sul bagnasciuga camminando su pietre aguzze e sterpaglie, ma non le sento neanche per l’insensibilità ai piedi dovuta al freddo. Mi tuffo e con l’animo leggero ritorno a Plaka. Quasi arrivato, percepisco alle mie spalle un raggio di sole che si fa largo tra le nuvole dell’inverno cretese, questo non può essere che un tributo di Poseidone all’anatresca impresa.
Una volta arrivato, asciugato e rivestito, torniamo in albergo. Una doccia calda mi restituisce la sensibilità agli arti e sento un fastidioso dolore alla pianta del piede sinistro. Guardo e scopro di avere più di una decina di spine conficcate nella pelle: non le ho volute togliere, mi piace pensare che qualcosa di Spinalonga sia sempre con me.
Se in futuro dovessi incorrere ad infezione al piede sinistro, ora sapete perché; a voi scegliere se si tratta di eroismo o imbecillità.

Sempre vostro,
Giorgione

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Questa voce è stata pubblicata il 4 gennaio 2017 da in articolo, foto con tag , , .
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